giovedì 21 giugno 2012

Salvare vite umane

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Libera!

-Lo stiamo perdendo, presto, libera libera.

-Nulla è sempre più debole, non c'è nulla da fare. Sono due settimane che peggiora.

Sguardi terrificati di chi sta per gettare la spugna.
Abbiamo capito che non c'è più nulla da fare. 
Un'altra scarica e sarà tutto finito.
Provare ancora è possibile. Un ultimo appiglio idealista.

-Dai, che non è accanimento teraputico. Proviamo ancora.

-Carica a 300 dpi. Libera la headline. 3...2....1. È troppo debole.

-Cazzo l'abbiamo perso. La campagna è andata. Ora del decesso 11.15.

Al decimo debrief esce nel titolo: "il futuro è più facile. Ed è bellissimo".

Io e l'art riusciamo a non guardarci. Riusciamo a non ridere. 
Attacchiamo il cartellino all'alluce. L'autopsia non sarà necessaria.
Ma un po' muoio dentro, 2 settimane di non vita per arrivare a questo?

Ripenso alla Arcuri che parla del libro di Marra. Il karma mi ha fottuto. Di nuovo. 
E no, non è per niente bellissimo. 

Anche se non stiamo salvando vite umane. 
È chiaro a tutti. Vero?


lunedì 21 maggio 2012

Con i tuoi occhi

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Senza parole


Si conobbero una sera in una città che non era di nessuno dei due, e lui ripartì pochi giorni dopo. Un rapporto a distanza tra persone che non parlano la stessa lingua e sanno così poco l'uno dell'altra era sembrato da subito un'idea assurda. Troppo. Decisero però lo stesso di conoscersi. Dandosi un limite ulteriore, se questo avrebbe semplificato o reso più difficile le cose non fu chiaro all'inizio. Il limite era di conoscersi senza usare le parole. Solo immagini che raccontassero più delle parole, l'umore, la giornata e i pensieri così da evitare i come stai, cosa hai mangiato, quanto sono stanco...
Iniziò a mandarle una fotografia al giorno dai posti che visitava. Lui tutte le sere prima di andare a dormire, come una vecchia abitudine di sempre, le mandava un messaggio e sapeva che lei avrebbe visto quello che lui stava vedendo. Si ammassavano giorno dopo giorno paesaggi montani, cieli troppo azzurri, strade illuminate da lampioni rossi, sorrisi di sconosciuti, frutta e verdura poggiata per terra, finestre rotte, spiagge lunghissime con ombre di persone, animali grandi come macchine, grattacieli e tombini. E anche se non poteva essere con lei, questa idea gli piaceva. Non si scrivevano niente, guardavano solo attraverso gli occhi dell’altro.
Andarono avanti così per giorni che velocemente diventarono settimane. Fino a che lei si impuntò su di un dettaglio che non tornava, o meglio che tornava sempre in tutte le foto. Nonostante le foto fossero ben fatte e si notava la mano esperta, era sorprendente il vedere che in qualche modo, da qualche parte, si nascondeva sempre un disturbo, una macchia, una specie di alone. Ci mise un po’ per capire che quella forma offuscata era un dito e che quel dito era presente in tutte le foto, i paesaggi, i sorrisi dedicati.
Così approfittò per scrivergli, rompendo così il patto di silenzio.
“Ti ringrazio per le belle foto ma spiegami com’è possibile che in tanti anni di fotografie ancora non riesci a scattarne una senza mettere il dito davanti all’obbiettivo.”
Dopo qualche ora le arrivò la risposta: “quello non è un dito, quello è il posto dove dovresti essere tu." 

martedì 3 aprile 2012

Dai film ho imparato.

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Dalla vita ho imparato che non è un film.


Dai film ho imparato che non bisogna mai litigare con qualcuno o rispondere in modo arrogante se no l'altro muore e ti rimane il rimorso.


Dai film ho imparato che se vado alla lavanderia a gettoni qua sotto incontrerò uno strafigo. 


Dai film ho imparato che se fai il cattivo rimani impresso. poi il buono muore, e tu entri nella storia del cinema.


Dai film ho imparato a baciare al contrario. 


Dai film ho imparato che se ci sono due gemelli uno è cattivo. 


Dai film ho imparato che se c'è qualcuno in macchina con dei bambini piccoli, succederà quasi sempre qualcosa di tremendo. 


Dai film ho imparato che se uno degli attori è nero morirà per primo.


Dai film ho imparato che le bionde stupide muoiono prima degli altri della compagnia.


Dai film ho imparato che la seconda porta d'ingresso, quella della cucina va sempre chiusa molto bene.

Dai film ho imparato che se sono in casa con qualcuno che mi vuole fare a pezzi, mi devo chiudere in bagno, nell'armadio, o in un qualsiasi posto senza via d'uscita. 
Dai film ho imparato che atterrare con un idrovolante su un'autostrada non è poi così difficile.


Dai film ho imparato che anche se mi chiudo nel bagno, quello può avere l'ascia. E allora son cazzi miei.


Dai film ho imparato che se sei nella doccia o scivoli e t'ammazzi o arriva qualcuno che tenta di ammazzarti. 


Dai film ho imparato che non ci si saluta mai al termine di una telefonata, si butta giù e basta. 


Dai film ho imparato che se sei figa/o a 30 anni ti scontrerai con una persona dell'altro sesso figo/a e perfetta e vi innamorerete perdutamente.


Dai film ho imparato che se non sei figa basta toglierti gli occhiali e scioglierti i capelli per diventarlo.


Dai film ho imparato che in ogni compagnia c'è un ciccione che dice spiritosaggini. 


Dai film ho imparato che se non sei il protagonista o l'antagonista, con un colpo di pistola muori. Viceversa, se sei il protagonista o l'antagonista, neanche un BFG-9000 riesce ad abbatterti definitivamente. 


Dai film ho imparato che non ci sono momenti "inutili" quindi è mentre ti metti il pigiama, o butti la pattuniera che sicuramente arriva il serial killer, gli ufo, il mostro, per prenderti di sorpresa e dare un senso a quella scena altrimenti inutile.


Dai film ho imparato che se sei profondamente e motivatamente triste, fuori piove. 


Dai film ho imparato che il primo matrimonio non va mai bene. E almeno una volta nella vita dici di no sull'altare.


Dai film ho imparato che se ti servirà chiamare con urgenza qualcuno non ci sarà campo.


Dai film ho imparato che nella vita non esistono momenti morti e che se capita che ci siano è per dare un tono intellettuale e riflessivo.


Dai film ho imparato che per dare il primo bacio ci dev'essere un sottofondo musicale trascinantissimo.


Dai film ho imparato che se in autostrada ci sono un'auto e un camion, per l'auto le cose si mettono malissimo.


Dai film ho imparato che la colonna sonora serve di solito a coprire il rumore dei passi dell'assassino (così ce so' bboni tutti, però).

Dai film ho imparato che per fare sesso ci vogliono sempre, nell'ordine: una vasca idromassaggo di legno, mille candele profumate, una bottiglia di vino bianco francese, fiori a profusione e musica. Se poi c'è un caminetto acceso da inquadrare la cosa viene meglio. 

Dai film ho imparato che un caricatore da 15 colpi ti consente di spararne 300 prima di ricaricare.

Dai film ho imparato che se sei un poliziotto e stai per andare in pensione sei nei guai. 

Dai film ho imparato che se sei un poliziotto e stai per andare in pensione l'ultimo giorno di lavoro è meglio se ti chiudi dentro casa e ti fai i cazzi tuoi.

Dai film ho imparato che se in un film catastrofico non succede nulla per la prima ora e mezza significa che si sta preparando la fine del mondo.

Dai film ho imparato che non è vero che nello Spazio non si sentono rumori di motori, esplosioni, etc. Anzi, diffondono anche musica di Strauss. 

Dai film ho imparato che se devi ammazzare qualcuno e meglio farlo subito senza stare a fargli il pippone sul perché lo fai se no quello si libera e ammazza te.

Dai film ho imparato che se stai inseguendo un automobile le donne se ne accorgono e attraversano la strada con un passeggino.

Dai film ho imparato che le donne che attraversano la strada con un passeggino mentre per strada c'è un inseguimento, nel passeggino ci tengono delle bottiglie. 

Dai film ho imparato che non devo temere di gettarmi dal settimo piano, perché sicuramente finirò in un cassonetto della spazzatura e mi rialzerò illesa.

Dai film ho imparato che se sei il cattivo non puoi uccidere il buono se prima non gli spieghi dettagliatamente il tuo piano per la conquista del mondo. 

Dai film ho imparato che se nei film ci sono un uomo e una donna che si detestano, prima del secondo tempo finiranno inesorabilmente a letto insieme.

Dai film ho imparato che quando cominci a limonare improvvisamente è la mattina dopo. 

Dai film ho imparato che se sei povero e a casa tua lavori solo tu allora il tuo sogno è ballare.

Dai film ho imparato che se sei uno sfigato cronico sei destinato a salvare il mondo insieme ad una mega figa.

Dai film ho imparato che alla fine il cattivo e il buono si menano su un posto che si cade facilmente nel vuoto e quando il cattivo cade il buono lo afferra per salvarlo e allora il cattivo cerca ancora di uccidere il buono, ma così facendo precipita davvero nel vuoto e in un certo senso è come se fosse morto per colpa sua. 

Dai film ho capito che in America di notte si fanno rapine solo vicino a stazioni di benzina dove trionfa la luce al neon.

Dai film ho imparato che nei momenti in cui ti devi nascondere avrai sempre la suoneria del telefono sparatissima, o ti cadrà qualcosa dalle tasche, o avrai un bambino che dice qualcosa senza che tu possa tappargliela prima...

Dai film ho imparato che se c'è una bomba con il timer si disinnesca solo quando manca un secondo. 


Dai
 film ho imparato che se sei una donna e se sei in casa da sola ed è sera e ti accorgi che una finestra che pensavi di avere chiuso invece è aperta, sei morta. 

Dai film ho imparato che il libro è sempre meglio.

Dai film ho imparato che tutto quello che impari nei film difficilmente funziona nella vita reale.

lunedì 27 febbraio 2012

L'Italia che piace.

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Italian stail.

Uno dei temi più abusati dalla pubblicità e dall'industria è quanto sia meravigliosa qualsiasi cosa venga dall'Italia. La passione italiana del fondatore cugino di quinto grado del fratello del socio di maggioranza è assolutamente un valore da portare avanti nella comunicazione, anche se ormai l'azienda produce a Hong Kong. Il modo più semplice oltre l'immancabile tricolore per veicolare questa idea di made in Italy è nel caffè, le belle donne, la pizza e perché no il mandolino. Gli stereotipi ci prendono sempre. Ma ormai le agenzie sono oltre e Coconuda parla dell'Italia veramente in modo disruptive. Lo spot con una musica dance che nemmeno l'ultima discoteca rumena nel 2001 sarebbe riuscita a immaginare così tamarra e con un protagonista finta rockstar turca dall'occhio truccato che neanche Jack Sparrow poi chiude con:"vesti italiano". Cioè non fate come loro, vestitevi italiano? Cosa c'è di italiano in questo spot a parte il bianco rosso e verde? Non si vede neanche una pizza... mi sento persa. Dai smettiamola con questo cose di "classe" e fate una battutaccia che dica che gli italiani lo fanno di più e meglio. Daiiii...


giovedì 23 febbraio 2012

IMPATTANTE

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere: 
Cool

Se è vero che gli uomini sono tutti uguali questo vale tanto più per i clienti. Non c'è niente da fare si può trattare di un detersivo o di macchine di lusso ma il logo è sempre troppo piccolo, la comunicazione deve essere IMPATTANTE (ogni volta che qualcuno chiede questo un creativo diventa banale), il brand deve diventare cool, il prodotto deve essere distinto dagli altri, il claim memorizzabile, il nero potrebbe essere troppo cupo, la comunicazione notiziabile e virale, le immagini accattivanti... e noi dobbiamo difendere le nostre idee e lasciar stare i loro consigli inutili come i grazie alla fine dei powerpoint che amano tanto. 
Si può fare una campagna contro i "grazie" alla fine delle presentazioni? Secondo me sono state distrutte foreste di inutili grazie. Salviamoci da questa ipocrisia o almeno salvaguardiamo la natura.

venerdì 17 febbraio 2012

Bravo Enrico Maria, bravo!

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Wow!

Intanto Claudia Gerini non è credibile a meno che non dica famolo strano, ma poi non è triste essere esperta di spazzolini vibranti? 
Ma tralasciando la recitazione, perché chiamare il ragazzo ENRICO MARIA (o forse è Enricomaria tutto attaccato)? Perché non Piercazzo? Con un nome del genere la battuta finale potrebbe diventare tranquillamente "con un nome così è un peccato non farti aprire bocca". E poi lui dice fantastico che sembra la stia prendendo in giro, ti aspetti davvero un "fantastico... sto cazzo".

venerdì 27 gennaio 2012

Il 27 gennaio non mi ricordo mai... che giorno è?

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Io non dimentico.

Ieri è stato lanciato il primo Lego nello spazio. L'uomo in miniatura, ideato da Matthew Ho e da Asad Muhammad, due diciassettenni di Toronto, è arrivato a un'altitudine di 24 km e il video della sua avventura nella stratosfera è stato prontamente postato su Youtube. Il che dimostra che l'incontro tra due culture diverse può portarte anche a gesti completamente inutili. Che poi inutili fino ad un certo punto. Ognuno ha le sue priorità, io mi sono chiesta per anni dove vadano a finire i palloncini quando volano via dalle mani dei bimbi... 
Domenica a Milano c'erano i leghisti ed erano tanti. Troppi. Da quando sono venuta a lavorare qui al Nord ho sentito una marea di cazzate. Compreso che noi "terroni" veniamo qui in Italia a rubare il lavoro. Oggi è il 27 gennaio, la giornata della memoria. Tutti a postare, scrivere e generalizzare. Qualcuno provoca. I copy si danno come al solito il brief per scrivere il loro staus su facebook sull'argomento. Like come se piovesse. Certo niente a che vedere ma con le dovute proporzioni e tutti gli asteristichi che rimandano al test provato scientificamente su 3 donne su 4: il razzismo non è ma finito. È ancora tra noi in tanti gesti che nemmeno ci accorgiamo di fare nascosto nelle mancanze di rispetto verso il prossimo. Andare a vedere un film muto bello come The Artist e capitare vicino a una coppia che crede di essere ad un pic nic nel parco di Yellowston e sgranocchia Fonzies formaggiose per tutta la durata del film, vedere una filippina che entra con una bimba appena nata sull'autobus e nessuno che si alza per cederle il posto, leggere sul giornale che l'assassino aveva un chiaro accento straniero e poi leggere nell'articolo che non ci sono indizi... tutto questo è già razzismo. 
E come San Valentino non serve a dirsi che ci si ama, la festa della donna non basta per avere pari diritti, il 27 gennaio scrivere frasi di Primo Levi e vedere la Vita è bella o, meglio, Train de Vie non serve a un bel niente. Di cretini che si credono superiori è ancora pieno il mondo e vanno ancora combattuti, pensarci tutti i giorni nei piccoli gesti servirebbe di più.

mercoledì 25 gennaio 2012

Le catastrofi ai tempi di internet

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
L'intensità del terremoto è inversamente proporzionale alla quantità di gente che sui social network ce lo racconta.


Oggi non si parla d'altro: il terremoto. L'hai sentito, dov'eri, cosa facevi, come ti avrebbero trovato i soccorritori, cosa avrebbero detto di te i vicini. Davvero non saluti mai? Che stronza. Manca poco alla foto durante la scossa da caricare sul sito della Repubblica. Anche in ascensore non si parlerà del tempo, ed è un peccato perché oggi è bello. C'è il sole. Vespa ha già ingaggiato qualcuno per fare il plastico. Cazzo, come sarà il plastico di un terremoto? Lo voglio! In Giappone un terremoto così lo avrebbero utilizzato per mixare un drink, qui per riempire la giornata di stronzate. Lo sciame sismico di cazzate è inarrestabile, la verità è che quando succede una cosa così in Italia la prima impressione (e anche l'ultima) è che faremmo la fine dei topi nel giro di pochi secondi. Ti si inclina casa e via tutti diventerebbero gli Schettino della situazione. Ma questo è meno importante della sindrome di Studio Aperto che porta la gente a fare il video mentre la nave prende lo scoglio, a twittare mentre gli balla il lampadario sulla testa, a scrivere a tutti gli amici su facebook che l'avrebbero trovato in mutande tra cesso e bidet, e sì, hai ragione che sarebbe stata una morte davvero imbarazzante, così però ora che l'hai detto a tutti lo è di più. La spettacolarizzazione della tragedia. Tutti in fila per farsi una foto davanti ad un disastro ambientale, economico e umano. Ma è ancora chiaro a tutti il confine tra realtà e fiction? Nel caso di un terremoto vero forse sarebbe il caso di mettersi subito in salvo e poi aggiornare lo status. Che ragionamento del cazzo è? Non ci salveremo ma l'importante è che il mondo sappia cosa facevamo mentre ci cascava il condominio in testa? Io poi non ne  scriverei mai di status sul terremoto perché se poi muoio li mettono nel tg: "aveva scritto poco prima che le cadesse il cornicione in testa...". 


venerdì 20 gennaio 2012

Bloggo ergo sum?

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Questo ottimismo mi ucciderà.

- ho il blocco dello scrittore
- ma smettila, che al massimo sei una blogger
- allora ho il blocco della blogger
- ecco, è chiaro: hai un bloggo!

E insomma succede che mi sta andando tutto vagamente bene e non ho più l'ispirazione per scrivere neanche la lista della spesa. Potrebbe essere un problema se per vivere facessi quella che scrive ma... ah, no sì cazzo è un po' un problema. Però ci penso poi, magari si risolve da solo. Io intanto mi mangio i pop corn e mi vedo come finisce questo periodo positivo. Perché tanto finisce, no? E poi moriremo tutti. Sicuro.

martedì 10 gennaio 2012

Punto

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
.

Di cuore.

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Messaggio in codice per target specifico che conosce il prodotto: tumpi, tumpi. 

Finito l’assemblaggio, come a tutte le persone, mi hanno dato un cuore.
Me l’hanno messo lì, appeso al petto, senza spiegarmi come funziona, senza lasciarmi un libretto di istruzioni, senza dirmi come accenderlo e spegnerlo.
Mi hanno detto “usalo” e io pensavo fosse facile, un cuore ce l’hanno quasi tutti, non dev’essere così complicato, insomma, si istallerà da solo, si aggiornerà da solo.
A volte mi è sembrato di usarlo bene. Si gonfiava, faceva entrare le persone, batteva, andava veloce, mi rendeva felice. Altre volte si chiudeva, cacciava tutti fuori, diventava freddo, diventava duro, faceva male. Spesso se ne stava lì, a non far nulla, a non dire niente, a non sentire niente, a non provare niente, calmo, addormentato.
Quando non c’è nessuno dentro, dentro al cuore, le giornate sono tutte uguali, tutte tranquille, tutte senza colori forti, tutte lente. Quando è pieno, ha sempre fretta, ha voglia di cambiare le cose, ha voglia di partire, ma anche di restare, salta dallo stomaco alla gola, scende dalla gola allo stomaco e, di notte, fa così rumore che non riesco a dormire.
All’inizio, lo regalavo spesso a gente che non l’aveva chiesto in dono, che lo guardava e diceva no, grazie, non mi serve questo cuore, puoi riprenderlo. E poi, invece, lo regalavo ancora e lo riprendevo e lo regalavo e lo riprendevo.
Crescendo, quand’è diventato un cuore più allenato, ho iniziato a tenermelo stretto, a contrattare ogni minima cessione, a darlo in prestito per poco tempo, a richiederlo indietro quando iniziava a fare male.
In alcuni momenti, per paura di romperlo, l’ho chiuso in cassaforte e lui, senza aria, ha rischiato di morire.
Ogni tanto, qualcuno me l’ha rubato per gioco, ci ha passato qualche pomeriggio al sole e poi l’ha abbandonato su una panchina. E ho dovuto percorrere tutta la città, a piedi, per recuperarlo, per pulirlo, per rimettermelo al collo.
Non sono sicura, dopo tanti anni che porto questo cuore, di essere riuscita a capire come farlo funzionare. Spesso sbaglio ancora, lo uso troppo o troppo poco, lo uso troppo presto e, molte sciagurate volte, troppo tardi.
A volte si frantuma. E allora provo a ripararlo.
Incollo le schegge minuscole, le rimetto tutte insieme, copro i buchini invisibili e ci soffio sopra, aspettando che la colla si asciughi.
Ma quando le fratture sono grandi, mi serve tanta forza per riattacarle insieme. Mi servono mani più grandi, tipo le tue, che tengano stretti i due pezzi squarciati, uno contro l’altro, e che facciano forza, fino a quando la pressione non li aggiusta e la frattura è solo una linea sottilissima, una cicatrice che, col tempo, non noterò nemmeno più.
In fondo, ecco, è questa la cosa che ho imparato: a volte bisogna essere in due per riuscire a usare un cuore.
E se mi avessero dato quel maledetto libretto di istruzioni, forse ci sarebbe anche stato scritto, che per usare un cuore è meglio essere due. Come c’è scritto sulle istruzioni della libreria dell’Ikea, che ti fanno anche un disegno di due omini per spiegarti che da solo sarebbe troppo complicato montarla, e tu ci provi sempre a farlo da solo, ma mica ci riesci.

lunedì 19 dicembre 2011

Nasce, cresce, corre e sogna.

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Sogna, nasce, cresce e corre.


Da grande vorrei fare la bambina prodigio.
Da grande vorrei fare l’ultimo pezzo di puzzle.
Da grande vorrei fare il bacio della buonanotte.
Da grande vorrei fare il libro preferito.
Da grande vorrei fare l’abbraccio che consola.
Da grande vorrei fare il sogno realizzato.
Da grande vorrei fare l’odore della pioggia.
Da grande vorrei fare il capirsi senza bisogno di parole.
Da grande vorrei fare la voce di chi ti ama.
Da grande vorrei fare l’alternativa valida.
Da grande vorrei fare il rumore della felicità.
Da grande vorrei fare il lato oscuro della forza.
Da grande vorrei fare lo sternocleidomastoideo.
Da grande vorrei fare il movente passionale.
Da grande vorrei fare la torta al cioccolato.
Da grande vorrei fare quella che dà alle cose il loro nome.
Da grande vorrei fare l’empatia.
Da grande vorrei fare il tempismo.
Da grande vorrei fare le 3 di notte.
Da grande vorrei fare il calore umano.
Da grande vorrei fare il sonno dopo che hai pianto.
Da grande vorrei fare la soluzione a pag.46.
Da grande vorrei fare l’errore consapevole.
Da grande vorrei fare il silenzio mai vuoto.
Da grande vorrei fare il dettaglio dove c’è la verità. 
Da grande vorrei fare la scelta giusta.
Da grande vorrei fare il perché no?
Da grande vorrei fare la curiosa di professione.
Da grande vorrei fare l’eccezione che conferma la regola.
Da grande vorrei fare la canzone d’amore quando non si ha un amore.
Da grande vorrei fare il momento in cui capisci.
Da grande vorrei fare il lieto fine.
Da grande vorrei fare l’sms che fa sorridere.
Da grande vorrei fare lo sguardo d’intesa tra sconosciuti.
Da grande vorrei fare l’idea che funziona.
Da grande vorrei fare la bambina che sa cosa vuole fare da grande.

lunedì 28 novembre 2011

Stuck in reverse

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Loop.

L’aumento dell’entropia coincide col diminuire delle ore di sonno. Meno sonno e più dubbi. Ora tutto ricomincia. Di nuovo. (No, non è uscito un nuovo iphone). Ciclicamente succede che la vita ricominci e che si trovi davanti a dei bivi. Delle rotonde senza segnaletica. In Italia ci sono troppe rotonde. Secondo me sono di moda. Intanto che si aspetta di capire dove andare finiscono i calzini, le mutande, le camicie, i pantaloni puliti e il cesto dei panni si riempie. Aumenta il disordine, aumentano le monete da cinque e dieci centesimi, aumentano le cose da procrastinare, aumenta la lista dei libri da leggere e ascolto per ore la stessa canzone. Sempre la stessa canzone. Se avessi 5 anni guarderei lo stesso cartone animato. Ma non posso più permettermelo. Non ho il lettore dvd a casa. La scrivania del computer diventa un inferno di icone, e compare la cartella “Nuova Cartella (9)” sul desktop. Inizio ad indossare scale di colore monocromatiche tendenti al nero per incapacità palese di abbinare i colori. E tutti i giorni è lunedì.


mercoledì 23 novembre 2011

L'amore ai tempi del cos'era.

Titolo alternativo per il cliente esigente che vuole poter scegliere:
Intanto cammino un po'.

T’amo di un amore passabile,
che se fosse vento spegnerebbe in una passata mezza dozzina di cerini,
a patto di averli accesi un po’ bagnati,
di quell’amore che non sorridi se ci pensi,
anzi ti viene da dar dei colpi di tosse
anche un po’ malsana, 
quell’amore che ripensarci è come riaprire
il diario di scuola di quando avevi sedici anni e ti detestavi
e lo rileggi e pensi: meno male,
di un amore che somiglia a un amore passato, 
come certe fotografie che ti dici sempre domani le cancello, 
e invece non lo fai
di un amore che fa paura quanto era grande
e adesso invece è piccolo che lo puoi tenere tra due dita 
e rigirarlo con un po’ di schifo
come se te lo fossi tolto dal naso
ti amo di un amore che è come un autobus perso per poco
ma di quegli autobus notturni
che puzzano talmente che nemmeno ti dispiace
e pensi aspetterò il prossimo
intanto cammino un po’.